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Alcune note e riflessioni sul Gramsci pre-carcerario

Alcune note e riflessioni sul Gramsci pre-carcerario

di Pasquale Voza *

1) I ventuno mesi che intercorsero tra la fondazione dell’”Ordine Nuovo” (che Gramsci realizzò nell’aprile del 1919 insieme con Togliatti, Tasca e Terracini) e la fondazione del PCd’I furono tra i più intensi dell’attività pre-carceraria di Gramsci.

Come sappiamo, il I° dicembre 1917 (in “La città futura”) Gramsci aveva scritto il celebre articolo La rivoluzione contro il “Capitale”, nel quale egli forniva un’analisi della Rivoluzione d’Ottobre poggiante su una interpretazione radicalmente anti-economicista del Capitale di Marx, che di fatto lasciava presagire il futuro sviluppo del suo marxismo, della sua filosofia della prassi. (Si pensi al nesso Oriente-Occidente e alla sua riflessione sulla «rivoluzione in Occidente», presente nei Quaderni). I bolscevichi, nel momento in cui avevano puntato alla conquista del potere (il Palazzo d’inverno) in un paese come la Russia che non aveva ancora conosciuto lo sviluppo capitalistico, non avevano certamente tenuto conto delle previsioni di Marx. Ma – scriveva Gramsci – Marx «ha preveduto il prevedibile. Non poteva prevedere la guerra europea, o meglio non poteva prevedere che questa guerra avrebbe avuto la durata e gli effetti che ha avuto». In sostanza i bolscevichi avevano respinto la scolastica marxista, ma non il cuore, il proprium del materialismo storico, del «pensiero immortale di Marx» continuatore – precisava con enfasi il giovane Gramsci – dell’idealismo italiano e tedesco, che «pone come massimo fattore di storia non i fatti economici, bruti, ma “l’uomo”» (“La città futura”). “L’Ordine nuovo” settimanale, nato come rassegna di «cultura socialista», si pubblicò fino al Natale 1920, per cedere poi il passo, a partire dal I° gennaio 1921, all’”Ordine Nuovo” quotidiano, primo organo del Partito comunista d’Italia, che nacque – come sappiamo – il 21 gennaio del 1921 a Livorno. Scopo dell’”Ordine nuovo” divenne ben presto quello di studiare, di individuare le condizioni della rivoluzione proletaria in Italia: in connessione con ciò, esso divenne l’incubatore e il propulsore del grande movimento dei consigli di fabbrica che costituì la variante italiana di un più generale movimento dei consigli che nel biennio ’19-’20 andò connotando e influenzando le esperienze rivoluzionarie e l’attività del movimento operaio in molte parti dell’Europa e oltre. Si veda, tra l’altro, la riflessione dedicata al rapporto tra rappresentanza consiliare e rappresentanza sindacale. Nell’articolo intitolato Sindacati e consigli del 12 giugno 1920 Gramsci scriveva che il consiglio è nato come «negazione della legalità industriale».

Quello che va soprattutto sottolineato è che nella breve vita dell’”Ordine nuovo” si andò delineando un’idea della “rivoluzione proletaria”, in cui il punto centrale era dato (come è stato osservato: F. De Felice) dal nesso, anche qui anti-economicistico, tra produzione e politica, piuttosto che dal nesso, lineare e immediato, tra produzione e rivoluzione.

Si trattava di un nesso che andava ben oltre le esperienze di quel biennio e che avrebbe contribuito a conferire alla riflessione posteriore di Gramsci una fisionomia specifica e peculiare nella storia del comunismo e del marxismo del Novecento.

2) Se già nelle Tesi di Lione si può cogliere un primo, significativo abbozzo di analisi della «struttura della società italiana», è poi nello scritto sulla questione meridionale che vengono affrontati da Gramsci alcuni temi teorico-politici destinati a connotare in profondità la sua riflessione carceraria. Elaborato nel 1926, nei mesi che precedettero l’arresto, lo scritto fu pubblicato per la prima volta a Parigi, nel gennaio 1930, su “Lo Stato operaio” con il titolo Alcuni temi della questione meridionale.

L’attenzione è rivolta soprattutto al Mezzogiorno, che viene definito e descritto da Gramsci come «una grande disgregazione sociale», dominata da un «blocco agrario», nel quale predominano i grandi proprietari terrieri. C’è poi un riferimento importante allo strato intellettuale intermedio (piccola e media borghesia intellettuale): tale strato fornisce a tutta l’Italia il personale statale, proviene principalmente dalla piccola borghesia rurale e svolge il ruolo peculiare di subordinare le masse contadine al blocco agrario. A sua volta tale blocco agrario è alleato alla borghesia industriale del Nord e rende possibile a quest’ultima di dominare la vita economica e di governare il paese.

Va detto che Gramsci, se da un lato sottolineava la funzione reazionaria e subalterna della piccola borghesia intellettuale in rapporto allo Stato, dall’altro segnalava acutamente come essa in qualche misura fosse attraversata dalle pulsioni radicali presenti allora nel mondo contadino e in genere negli strati popolari, a cui essa era legata dalle sue funzioni professionali e ‘politico-culturali’ (il farmacista, il prete ecc.).

Ora, i principali esponenti del «blocco intellettuale» erano – affermava Gramsci – Giustino Fortunato e Benedetto Croce, i quali perciò si potevano considerare «i reazionari più operosi della penisola». Essi guidavano spiritualmente, culturalmente la massa degli intellettuali piccoli e medi e in tal modo compivano una formidabile, «altissima funzione “nazionale”», distaccando gli intellettuali del Mezzogiorno (con le loro ‘ambigue’ pulsioni radicali) dalle masse contadine, facendoli assurgere, in qualche modo, alla cultura nazionale ed europea e facendoli così «assorbire dalla borghesia nazionale e quindi dal blocco agrario».

Secondo Gramsci, per disgregare il «blocco agrario», il proletariato, che «come classe è povera di elementi organizzativi», doveva formare un proprio strato di intellettuali. Era perciò importante che nella massa degli intellettuali si determinasse «una frattura di carattere organico» e si formasse «una tendenza di sinistra, nel significato moderno della parola, cioè orientata verso il proletariato rivoluzionario».

Sotto questo profilo, Gramsci considerava emblematica la figura di Piero Gobetti (che era stato attivo a Torino durante il biennio rosso). Egli osservava acutamente che in Gobetti i principi del liberalismo venivano proiettati «dall’ordine dei fenomeni individuali a quello dei fenomeni di massa» al punto che «le qualità di eccellenza e di prestigio nella vita degli individui venivano trasportate nelle classi, concepite quasi individualità collettive». Era per questo che Gobetti considerava il movimento torinese del biennio rosso il primo movimento moderno, laico, liberale di massa. Gramsci individuava, sì, in Gobetti la presenza di una concezione in buona misura riconducibile al «sindacalismo e al modo di pensare dei sindacalisti intellettuali», ma, al tempo stesso, riteneva quella concezione dotata di una sua propria specificità e complessità: tale per cui essa, invece di portare (come di solito «negli intellettuali che la condividono») «alla pura contemplazione e registrazione dei meriti e dei demeriti, a una posizione odiosa e melensa di arbitri tra le contese, di assegnatari dei premi e delle punizioni», suscitava in Gobetti un’incessante,drammatica tensione volta a ridefinire la forma del rapporto tra intellettuali e politica, all’interno del rapporto più generale tra coscienza intellettuale e processo storico.

Entro queste rigorose coordinate Gramsci collocava e ‘apprezzava’ la figura di Gobetti, in funzione della più generale prospettiva politica di «disgregare il blocco intellettuale che è l’armatura flessibile ma resistentissima del blocco agrario».

3) Nella primavera del 1926 la lotta per il potere nel gruppo dirigente bolscevico raggiunse l’apice (tra la maggioranza di Stalin, Bucharin, e le minoranze, Trockij). L’ufficio politico del PCd’I incaricò Gramsci di scrivere una lettera al Comitato Centrale del partito comunista dell’URSS. Gramsci espresse, sì, un’adesione alla linea della maggioranza, ma manifestò anche la sua preoccupazione allarmata per quanto stava accadendo («Compagni,state rovinando l’opera vostra»). In realtà, il sostegno alle posizioni della maggioranza non poteva nascondere la sostanziale contrarietà alla linea del «socialismo in un paese solo». A tal riguardo, si pensi anche alla complessità della successiva riflessione gramsciana sulla «statolatria» nei Quaderni: secondo Gramsci, per alcuni gruppi sociali che prima di ascendere alla «vita statale autonoma» non hanno avuto storicamente un lungo periodo di sviluppo culturale e morale proprio e indipendente, un periodo di statolatria è «necessario e anzi opportuno». Se pur implicito, il riferimento all’Unione Sovietica appare indubitabile: sicché le notazioni successive, se hanno una loro valenza teorico-politica generale, investono al tempo stesso, in termini critici, i problemi connessi con le forme del potere e dello Stato sovietico. Gramsci scriveva: «Tuttavia questa tale “statolatria” non deve essere abbandonata a sé, non deve, specialmente, diventare fanatismo teorico, ed essere concepita come “perpetua”: deve essere criticata, appunto perché si sviluppi, e produca nuove forme di vita “statale”, anche se non dovuta al “governo dei funzionari” (far diventare “spontanea” la vita statale») (Q.8,pp.1020-1, corsivo mio).

Infine, nella lettera a Tania del 19 marzo 1927 Gramsci annunciava di volere «far qualcosa für ewig», di voler dare vita ad una ricerca «disinteressata», che tuttavia – come precisava in una lettera indirizzata a Giulia del 28 marzo 1932 – non voleva dire «campata nelle nuvole», ma «interessata nel senso non immediato e meccanico della parola». Dunque: un piano di studi come piano d’azione, una ricerca svincolata da esigenze immediate (o tattiche), ma intesa invece come fondamento, per il moderno Principe, della lotta per l’egemonia nel tempo storico della guerra di posizione.

Era il drammatico laboratorio dei Quaderni.

 

Autore: Pasquale Voza – Professore emerito di Letteratura italiana all’Università di Bari *

Fonte: diretta

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