Pages Navigation Menu

Un feticcio di «working class», ovvero: il mito razzista dei «proletari che votano Trump»

Un feticcio di «working class», ovvero: il mito razzista dei «proletari che votano Trump»

di Valentina Fulginiti

1.

Lavoro in un’università della Ivy League nel nord-est degli USA: una piccola isola felice di politica liberale e di privilegio economico. I miei studenti sono gentili, miti, studiosi. Forse sarà perché insegno nel collegio delle arti liberali, ma i giovani che incontro quotidianamente sono idealisti—anche se rispettosi delle regole fino all’ossequio—attenti a riciclare, aperti alla diversità sessuale e di genere, educati, sensibili, colti. Molti di loro sono privilegiati dalla nascita (come chiunque in questo paese possa permettersi di sborsare fino a 50.000 dollari annui tra retta e spese di vitto e alloggio). Anche i conservatori (pochi, per la verità) sono gentili, civili — ragazzi che sembrano usciti da un film dei primi anni ’50, con le loro cravatte regimental, i pantaloni beige, i blazer blu, la riga tra i capelli. Tutto è ovattato, quasi irreale. Anche nelle discussioni politiche (rare, perché tra persone beneducate non si parla di politica a meno che non si sia già tutti d’accordo), si avverte la costante preoccupazione a non urtare le altrui sensibilità, a non emettere alcuna nota dissonante.

È la mattina del 9 novembre, e il campus è avvolto in una calma innaturale. Nell’ultimo anno e mezzo la nostra comunità è stata segnata da diverse tragedie. In agosto, il suicidio di un ragazzo giovanissimo e talentuoso. All’apertura dell’anno accademico, l’assurda morte di un diciannovenne in una rissa scoppiata ai margini del campus. La scorsa primavera, la morte inaspettata e prematura della Rettrice, stroncata da un cancro fulminante. Occasioni tragiche, che hanno portato a momenti di silenzio, riflessione, raccoglimento. Eppure in nessuna in queste occasioni il campus si era immerso in un silenzio tanto raggelato e spettrale.

Gli studenti dei miei corsi sono traumatizzati. Per quasi tutti si trattava del primo voto: il paragone con i loro fratelli maggiori, diventati maggiorenni nell’epoca di Obama, è impietoso. Ripenso all’entusiasmo che, appena un anno fa, alcuni dei miei ragazzi avevano mostrato nel promuovere la campagna di Bernie; ricordo le loro animate discussioni, i capannelli cospiratori nei cambi d’ora, gli zaini e le bottiglie riutilizzabili per l’acqua tappezzate di adesivi, e la progressiva delusione a mano a mano che la vittoria del loro candidato alle primarie si faceva sempre più irreale. Tutto ciò sembra appartenere a un passato ormai remoto.

Nell’attesa della lezione alcuni — i più giovani — provano a sdrammatizzare, chi con una battuta, chi con la promessa di emigrare in Canada. La lezione di lingua italiana li distrae. Per un’ora, alle prese con i verbi riflessivi e il presente indicativo, dimenticano l’attualità; ma mentre lasciano la mia aula, li vedo ripiombare nello stesso silenzio apatico e disperato. Nella mia seconda lezione (un corso sulla cultura italo-americana e le sue intersezioni con razza, genere e sessualità) il clima è decisamente più cupo. Robert*, studente di lettere, entra in classe e annuncia con voce rotta (ma in perfetto italiano) di essere «senza parole». Mike, un ragazzo riflessivo e sensibile, senz’altro tra i più diligenti e motivati della classe, fatica a trattenere le lacrime mentre partecipa alla nostra analisi testuale e deve uscire brevemente durante la lezione. X, figlia di due immigrati, le lacrime non prova nemmeno a nasconderle: a più riprese si lascia andare a un pianto tanto silenzioso quanto incontrollabile. Mi viene difficile trovare paragoni. L’unico che mi viene in mente è l’11 settembre (un paragone sentito più volte ieri sera rispetto al tonfo del Dow Jones, 800 punti persi in un solo giorno). Mi tornano in mente le reazioni sgomente e traumatizzate che seguono un attentato terroristico. Si apre così l’era Trump: il terrore al potere.

2.

In facoltà tra i colleghi il clima non è molto diverso. Alcuni hanno lo stesso sguardo vitreo dei miei studenti. «Buona giornata», scandisce con voce rotta E., una delle ultime colleghe assunte, naturalizzata da quasi vent’anni eppure incredula di fronte alla caporetto democratica.

Poi ci siamo noi: gli italiani che ricordano fin troppo bene i tre cicli elettorali dominati da Berlusconi, quasi due decenni passati a fissare in volto la Gorgone; noi che l’abbiamo visto subito, fin dalle primarie, che la minaccia di Trump non andava né sottovalutata né derisa ma presa terribilmente sul serio; noi che abbiamo riconosciuto i segni e speravamo (pregavamo!) di sbagliarci. Noi che abbiamo visto l’insipida inconsistenza della campagna di Clinton e la sanguigna volgarità del Capo, e abbiamo tremato. La stessa terrificante sottomissione all’avversario; una campagna elettorale sbagliata dall’inizio alla fine, perché priva di un’identità e di una narrazione proprie, e di fatto asservita all’agenda dettata da Trump, il quale ha saputo invece imbastire una narrazione potente, accattivante, galvanizzante, per quanto retorica e superficiale.

Nel pomeriggio, al silenzio segue il vociare; piccoli capannelli si formano; tra gli spezzoni di frasi, «electoral college», «rust belt», «nobody» e «the polls were wrong» sono i più ricorrenti. Si cerca, invano, di ricomporre i pezzi del puzzle.

La cosiddetta fallacia del giocatore, la difficoltà estrema di immaginare un sommovimento dello status quo, il fatto che i sondaggisti e gli analisti fossero tutti pro-Clinton (con l’eccezione di Nate Silver che ha saggiamente evitato di sbilanciarsi fino all’ultimo), lo schieramento pro-Clinton di quasi tutta la stampa tradizionale e di area liberal, dal New York Times fino a diverse testate locali di tradizione repubblicana, e la stessa impensabilità di Trump presidente: sono molti i motivi che spiegano lo choc. Ma viene quasi da pensare che i sondaggi abbiano sbagliato anche perché a volte non bastano i numeri: quell’immagine che i sondaggi restituivano mossa e sfocata forse avrebbero potuto darcela i tanto vituperati saperi umanistici e discorsivi: la retorica, l’analisi delle strategie comunicative, l’analisi critica. Per fare un esempio, il regista Michael Moore ci aveva azzeccato, con mesi d’anticipo, anche quando le statistiche davano la Clinton in netto vantaggio. Sarà un caso?

3.

Com’è possibile, mi domando, che nessuno si aspettasse la vittoria di Trump?
Certo, noi che viviamo nella piccola bolla liberale di Ithaca—un isolotto blu nel mare rosso repubblicano che è lo stato di New York (ben distinto dalla città di New York City) corriamo il rischio di separarci dal resto della società, convinti che la nostra quotidianità fatta di zone pedonali, biciclette e mercati della terra sia la normalità. Ma bastava allontanarsi di una ventina di chilometri per respirare un’aria diversa. Si esce da Ithaca per andare verso Groton, Dryden, Cortland, in direzione di Syracuse: un mare di cartelli blu per Trump/Pence, raramente punteggiati dall’azzurro chiaro di qualche cartello pro Clinton e – un po’ più spesso – da quelli per Bernie. Diamine, anche dentro Ithaca bastava andare a fare la spesa al Walmart locale per vedere le magliette «HILLARY FOR PRISON 2016» (per tacere di altri slogan ben più volgari) e i pick-up ricoperti di adesivi strillanti, più «maleducati» di una canzone di Vasco.

C’è ben poco a tenere a galla queste aree semi-rurali, tra laghetti da cartolina e dolci colline: molte fattorie, alcune pericolanti e abbandonate, altre riconvertite in vigneti e birrerie, più che altro popolate di turisti e di qualche festa di addio al nubilato; qualche piccola università statale e qualche college a vocazione professionale; case fatiscenti e macchine lasciate ad arrugginire sotto un eterno cartello “Vendesi”; qua e là un ambulatorio, magari specializzato nel trattamento del dolore – che si tratti di un «pill mill», una di quelle discutibili cliniche spuntate come funghi negli ultimi dieci anni e che distribuiscono legalmente ricette per oppiacei? Ogni tanto appare uno strip mall, un susseguirsi amorfo di supermercati e grandi magazzini. Pochissimi i servizi: un raro ufficio postale, un bar sgangherato, un diner di provincia dove consumare caffè, uova e bacon a qualsiasi ora del giorno. Un’abitazione dove ha soggiornato qualche personaggio storico trasformata in attrazione turistica. Una Main Street lucidata e pulita, con mattoni a vista e coccarde tricolori, circondata da vie deserte e case in rovina. Lungo le strade semi-abbandonate di cittadine un tempo fiorenti, la metà dei negozi ha le vetrine coperte di compensato. E se pure in questo stato la grande mela, con i suoi 8 milioni di abitanti cosmopoliti e post-razziali, è bastata pressoché da sola a controbilanciare la marea rossa dei collegi rurali regalando alla Clinton tutti i 29 voti dei grandi elettori in blocco, vista da qui la fotografia appare nitida. Non stupisce che Trump, con la sua virulenta retorica anti-cinese, abbia vinto nella cosiddetta «rust belt», la fascia del nord de-industrializzato e arrugginito, tra le contee dell’industria mineraria ormai smantellata e nelle aree rurali devastate dall’epidemia di oppiacei.

4.

Eliminiamo, una volta per tutte, un clamoroso fraintendimento: una delle più grandi menzogne di queste elezioni post-fattuali (in cui la verità è stata sostituita dalla continua riscrittura di una finzione, e in cui le narrazioni hanno riaffermato, ancora una volta, il loro potere attraverso media vecchi e nuovi) è che «la classe operaia» si sia schierata per Trump. C’è un elemento di verità in questa affermazione, ma la questione è molto più complessa di così; e non solo per via di altri fattori come la maggior astensione del voto nero e di tutto il voto democratico (oltre sette milioni di voti persi dal 2012 a oggi), le politiche di soppressione del diritto di voto attive soprattutto in Wisconsin, North Carolina e Arizona (guarda caso), la sopravvalutazione del blocco latino da parte dei Democratici oppure la «sorpresa» nel voto delle donne bianche laureate, che si è rivelato più pro-Trump di quanto non ci si aspettasse. Sia ben chiaro, questi fattori sono tutti reali e hanno avuto un peso determinante; ma decine di analisti li già hanno rilevati, scrivendone in modo ben più approfondito e corretto di quanto non riuscirei a fare io con la mia laurea in Lettere Moderne.

Quella di Trump non è la «rivolta della classe operaia». Perché dire che i «Reagan democrats» della «rust belt» corrispondono, in toto, alla «working class» significa cancellare la pluralità di altre esperienze, voci, conflitti e facce che pure compongono la classe lavoratrice in questo paese. Le contraddizioni sono moltissime. Gli elettori bianchi della West Virginia, dell’Ohio centrale, della Pennsylvania e del Michigan rurali rimpiangono i bei tempi in cui un diploma di scuola superiore dava accesso a lavori di fabbrica ben pagati e dignitosi, ma non rimpiangono necessariamente i sindacati forti che quei salari dignitosi li garantivano. Come imprenditore Trump è a dir poco ostile ai sindacati, e come candidato è contrario all’innalzamento del salario minimo a 15$; anzi, una delle sue presunte strategie per riportare le fabbriche negli USA è deprimere gli stipendi della classe operaia per renderli di nuovo «competitivi». (Queste cose Trump le ha affermate in campagna elettorale anche se, bisogna ammetterlo, le ha dette un po’ di sfuggita tra una giravolta e l’altra).

In questa particolare visione della «working class», non si trova alcuna solidarietà con le altre voci che pure compongono la lotta di classe in questo paese: le madri single che beneficerebbero di politiche lavorative attente al genere; tutte le persone a cui l’Affordable Care Act (per quanto imperfetta, parziale e criticabile) aveva garantito un minimo di copertura sanitaria e che si troverebbero senza assicurazione dall’oggi al domani; i lavoratori e le lavoratrici precari e sotto-qualificati che devono mettere insieme due lavori per portare a casa un mezzo stipendio. Al contrario, fra i sostenitori di Trump con cui mi è capitato di parlare (qualche conoscente purtroppo ce l’ho anch’io), si avverte un profondo risentimento all’idea che le proprie tasse siano usate per aiutare chi non se lo merita, gli altri. Chi sono gli altri? I parassiti. Gli immigrati. I rifugiati. Gli ispanici. (Questi ultimi sono sempre tutti visti come «clandestini», anche se magari hanno la green card da quindici anni e probabilmente pagano più tasse di quante ne abbia mai pagate Trump in vita sua). Le madri single. I neri. Gli «Islamici». Gli «Orientali». I vituperati Millennials—una definizione pseudo-generazionale ed anti-intellettualistica dei giovani, che mette insieme i diciottenni e chi ormai va per i trentacinque.

È successo, a farla breve, che la sinistra (tutta: quella radicale e quella moderata) si è lasciata rubare il semantema della classe operaia. E il principale artefice di questo disastro culturale e politico è stato proprio il clintonismo (così come le varie declinazioni del centrosinistra europeo), nell’illusione che tutti fossero diventati ricchi di colpo grazie all’esplodere dell’economia dot.com e del terziario globale. In questo vuoto si sono fatte strada le narrazioni tossiche, la nostalgia, la paura della complessità, la xenofobia, il razzismo, il discorso esclusivo dei suprematisti bianchi e dell’integralismo cristiano. La sinistra si è così disfatta dell’identità di classe: la sinistra moderata con il suo appeal centrista alla classe media; e quella radicale prima col suo slogan, tanto inclusivo quanto ingenuo, «Siamo il 99%» (come se non ci fosse differenza tra chi frequenta l’università e chi nelle aule ci va a passare lo straccio), e poi con la sua preferenza per le determinazioni identitarie. Così facendo, tra l’altro, si è privato il lavoro de-strutturato (quello ai gradini più bassi della scala dei servizi, quello sotto-pagato e sotto-qualificato, spesso femminile, talora illegale) di una propria identità di classe. Non è un caso che, a fronte del tradimento storico dei sindacati ufficiali, le lotte più radicali siano quelle che partono dall’autorganizzazione in luoghi atipici e quelle per l’innalzamento del salario minimo, dai lavoratori nei fast-food a chi fa le pulizie nei grandi alberghi, dove spesso i lavoratori (e di conseguenza i sindacalisti) parlano in spagnolo.

 

 

Ma dall’altra parte dello schieramento politico, esser parte della «working class» conferisce di colpo una nuova visibilità politica, una credibilità e un’autorevolezza altrimenti perdute. Così i membri della classe media bianca che sentono scivolare la loro egemonia e rimpiangono i bei tempi andati si presentano come la classe lavoratrice, indipendentemente dal loro effettivo reddito. Basta dare un’occhiata ai dati: Trump ha prevalso tra le fasce dal reddito medio e alto, da cinquantamila dollari all’anno all’insù. Negli USA 50.000 dollari sono il salario annuale di un insegnante con anzianità di servizio o di un impiegato con un lavoro decente: non per forza dei nababbi, ma nemmeno parte della classe operaia. Per alcuni l’emergenza economica percepita non sta nell’effettiva povertà ma anche e soprattutto nell’ansia per un potere d’acquisto perduto, nella paura di scivolare più in basso e anche nella certezza di «aver perso il proprio legittimo posto in prima fila» – un posto che, non bisogna dimenticarlo, era garantito anche dal razzismo istituzionale e sistemico, dall’esclusione delle donne, dei marginali, del «diverso».

Quella che ha spinto alla vittoria prima la Brexit e oggi Trump è un feticcio di working class: depurata di ogni diversità, non inclusiva ma esclusiva, fondata non su un comune ideale di solidarietà ma sulla comune appartenenza razziale; una comunità che rimpiange i tempi in cui si dormiva senza il chiavistello alla porta, ma che sogna muri, cancelli e divieti d’ingresso. È, soprattutto, un’immagine prevalentemente maschile, virile, di una classe che si vorrebbe operaia o artigiana (nessuna solidarietà per chi lavora nel settore dei servizi, magari ai ranghi più bassi). È una classe che rimpiange i tempi in cui studiare non serviva o comunque non era richiesto, e che infatti, indipendentemente dal titolo di studi posseduto, si fa forte di un certo anti-intellettualismo (nessuna solidarietà per i neolaureati indebitati fino al collo, visti come dei mocciosi viziati, o per i professori a contratto pagati 2,000 dollari a corso, il cui lavoro non viene considerato «serio»). Se non interamente maschile, è comunque una classe rigidamente «eterosessuale», i maschi nelle fabbriche o al fronte e le donne al loro posto, in pochi ruoli codificati e rassicuranti. È, infine, un’immagine di un bianco uniforme e monocromatico. Così definita, questa non è una classe sociale, ma un mito delle origini.

5.

Ho aspettato un paio di giorni per scrivere questa conclusione. Come sempre accade in questi casi, dopo i primi giorni di panico, confusione e disperazione, le situazioni si sedimentano e si viene a patti lentamente con quanto è accaduto. Mentre nelle grandi città la protesta incendia l’aria, il vento della protesta è arrivato persino nella mite Ithaca: veglie a lume di candela, un sit-in notturno, una marcia pacifica e affollata sul campus. Nel frattempo attraverso la nazione si moltiplicano le testimonianze di aggressioni e intimidazioni razziste (non tutte vere, ma purtroppo molte confermate); e i quotidiani alternano acute e pregnanti disamine del fallimento di Clinton ai primi tentativi di normalizzazione. Fra i miei studenti c’è chi, galvanizzato dalla sconfitta, intende moltiplicare gli sforzi, mobilitarsi e protestare e magari riprendersi la DNC; ma molti sembrano semplicemente esausti da una campagna elettorale lunghissima e dalle molte delusioni, e vorrebbero che tutto questo potesse essere cancellato con un tratto di penna. È un desiderio umano e comprensibile, anche se, purtroppo, moltissimi non potranno permettersi il lusso di chiudere gli occhi. La negazione, la rabbia, il tentativo di venire a patti, la depressione, l’accettazione: sono queste le fasi (non per forza in quest’ordine) dell’elaborazione del lutto secondo il modello Kübler-Ross. Le vedo riflesse nei mille atteggiamenti delle persone che incontro ogni giorno. La rabbia di chi urla «not my president», non è il mio presidente. Il tentativo di venire a patti con la sconfitta, per esempio aggrappandosi alla vittoria popolare, o all’assurda speranza di un salvataggio in extremis da parte dei grandi elettori. La negazione di chi promette di emigrare in Canada o vorrebbe che tutto ciò non fosse mai successo. La depressione di chi da quattro giorni non fa che piangere e ripetere, «I can’t even», «non riesco neppure ad articolare le parole, a finire le mie frasi». E la bieca accettazione che già fa capolino da qualche editoriale, nei giornali che fino a ieri dipingevano Trump come il demonio e che hanno già attaccato col mantra del «lasciamolo lavorare».

 

La mia speranza è questa: che la rabbia prevalga sulla depressione apatica, sul tentativo di normalizzare l’orrore, sul tentativo di venire a patti con la marea fumante che già monta; ma che si tratti di una rabbia razionale, lucida, organizzata e nonviolenta.

* Tutti i nomi sono stati modificati per proteggere la privacy.

Fonte: www.wumingfoundation.com

One Comment

  1. Non una sillaba sul fatto che tanti americani forse si sono anche stufati di essere coinvolti in guerre permanenti, seppure all’estero, di cui la Clinton è stata, e voleva continuare ad essere, l’animatrice.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Are you a human being or a robot? * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.